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Content marketing: la strategia prima di tutto

In un mondo di persone sommerse di informazioni e messaggi pubblicitari, per le PMI farsi notare diventa sempre più difficile. L’imperativo è NON IMPROVVISARE: senza strategia non si va da nessuna parte. O meglio, per andare si va, ma non si arriva di sicuro a centrare gli obiettivi che ci si è prefissi (se lo si è fatto).

Il content marketing è diventato uno strumento essenziale nel marketing mix di oggi: capire chi siamo, a chi parliamo, cosa gli diciamo e perché, non è una raffinatezza, ma un dovere.

In questo (ottimo) articolo seguiamo passo passo la costruzione di un “Content strategy statement”, ovvero un documento in cui partendo dalla mission aziendale, si arriva a definire il qual è l’obiettivo dei contenuti che produciamo e condividiamo, in modo da raggiungere i nostri scopi aziendali.

Il lavoro è lungo e preciso, noi in agenzia lo facciamo per ogni singolo cliente. Anche perché il tempo che serve per fare la strategia all’inizio lo risparmierete in tutto il resto del processo.

Bisogno di una mano? Guarda il calendario dei nostri corsi, oppure scrivici per una consulenza.

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DEFINIZIONE Cos’è una strategia?

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A volte la differenza tra strategia e tattica è un pò confusa. 

Eppure nella stesura di un piano per noi o per un cliente, questa specifica ci può essere molto utile.

Dopo molti articoli e vari capitoli di manuali, ho trovato in questo articolo una definizione che mi sembra chiara ed efficace, quindi la condivido con voi. Anche perchè senza strategia non esiste un piano e senza tattiche non c’è esecuzione. E noi non vogliamo rimanere fermi, giusto? 

STRATEGIA

La strategia è l’identificazione degli approcci che getteranno le basi per il successo, sono i nostri obiettivi, la direzione che vogliamo seguire. 

La strategia è il COSA.

TATTICA

I passi specifici, le piccole azioni che devo compiere e programmare per raggiungere i miei obiettivi.

La tattica è il COME.

Ricapitolando: la strategia stabilisce gli obiettivi, la tattica definisce le azioni che verranno fatte per raggiungerli. 

Facciamo un esempio (in tema poco di business, molto di primavera): voglio dimagrire (obiettivo – non misurabile, ahi ahi ahi), vado a correre (strategia), mi alleno per 30 minuti 3 volte alla settimana per i prossimi 4 mesi (tattica)…poi potremmo mettere anche che ci faremo una foto ogni mese per verificare i cambiamenti (e questi è il famoso monitoraggio).

Adesso provate a farlo per il vostro business e fatemi sapere se funziona!

(Io intanto continuo ad allenarmi con il jogging)

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Usare Instagram per costruire la brand personality

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Instagram is one of the fastest growing mobile apps. How do you take advantage of its 150 million users? Here are 6 Tips for Instagram marketing mastery

anna tagliapietra‘s insight:

Si stima che Instagram non abbia mai arrestato la sua crescita dal 2010, arrivando oggi a contare circa 150 milioni di utenti attivi al mese.

Possiamo veramente fare a meno di integrarlo nella nostra strategia sui social media? Vediamo alcuni dei motivi che Jeff Bullas elenca per convincerci a non perdere l’occasione di creare un rapporto con il nostro target anche sul social fotografico più amato al momento.

Partiamo con i consigli meno originali:

– saper ascoltare

– creare conversazioni coinvolgenti

– postare immagini originali

Ok, fino a qui potevamo immaginarlo tutti. Come anche il punto nr. 1, ovvero usare lo spazio della bio per fare un pò di sana SEO e presentare il nostro brand come si deve.

Al punto nr. 2 arriva il tip che mi piace di più e che scardina una delle credenze che in molti hanno sui post per i social fotografici come Instagram e Pinterest: le immagini non sono quelle di qualità che uscirebbero sulla pagina pubblicitaria istituzionale, ma sono personali, quasi sfocate, prese al volo in momenti che raccontano di noi e del nostro brand. 

Quindi più personalità e meno estetica, più umanità e meno dettagli. Alla fine è logico: sui social ci stanno le persone, non i target.

Consiglio nr. 3, imprescindibile se volete posizionarvi su Instagram è l’uso degli hashtags. Inventatene uno che sia solo vostro e poi fate una ricerca con quelli correlati al vostro mercato per vedere quali mettere in ogni foto. 

All’interno del punto nr. 4 prendiamo spunto dalle ultime righe: seguite chi vi segue, fa piacere ai vostri follower e dà la possibilità di essere visti dalla loro community.

Al nr. 5 ci sono i contest. Ci sono varie forme di contest che possono essere ospitati su Instagram, scegliete quello più facile da gestire per voi (penso soprattutto ai piccoli business) e promuovetelo anche sul vostro sito e sui vari account social aziendali.

E voi, state già usando Instagram per il vostro brand? Qual è la strategia che vi sta portando più successo?

See on www.jeffbullas.com

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Cosa porto sotto l’ombrellone? Il social media marketing

social media fuffa

Social media da ombrellone

Social media fuffa? Le discussioni si scatenano nei luoghi segreti dei cosiddetti “social media strategist”

Quest’anno, oltre alla It-Bag da ombrellone, abbiamo anche l’It-Argomento ed è proprio il social media marketing. Cosa vuol dire? Che è peggio del sesso: tutti ne parlano ma ben pochi ne fanno (abbastanza).

Da una che ne studia, ne legge e ne pratica parecchio, ho come l’impressione che tutti ne sappiano moltissimo e che si prodighino in post e manuali infarciti di belle parole e formulette magiche, ma poi di sostanza ne resti poca. Cosa intendo per sostanza? Parliamo di come si fa a fare invece di saperne semplicemente; parliamo delle piccole e medie aziende che non hanno i budget di Coca Cola per una campagna di digital marketing, parliamo di come non si può applicare la teoria indiscriminatamente per tutti.

L’impressione è quella del boom dei siti web nel 2000: tutti siti (in flash) bellissimi, figherrimi, che ci facevano sentire delle grandi corporate…ma che non erano coerenti con la comunicazione nè con l’identità aziendale. Tutti siti che ora i clienti ci chiedono di rivedere, perchè nella nuova era dei social media, tutto deve portare ritorno di investimento (il famoso ROI), quello che io chiamo SERVIRE A QUALCOSA (apparire purtroppo non vale come indicatore).

Trovo online decine di post con gli stessi contenuti, link che passano da un blog all’altro quasi inalterati, conosco la content curation, so che bisogna approfittare dei trend topic, ma davvero noi piccoli social media strategist non abbiamo nulla di nostro da raccontare? Certo, non siamo ai livelli di Mashable o Hubspot, ma sono sicura che, come me, anche voi quando vedete qualche bella best practice pensate a come applicarla al negozio che state seguendo sui social e per il quale lotatte come coraggiosi Lancillotto contro il defollow di quella manciata di fan che avete conquistato con fatica e sudore.

Forse se cominciassimo a postare di best practice italiane, di piccole realtà refrattarie ai social media e a tutto ciò che riguarda la comunicazione online, ne trarremmo tutti enorme giovamento. Perchè alla fine, diciamocelo chiaro: vi capita più spesso il cliente che chiama G+ “GooglePlatz” piuttosto che quello che vi chiede “una campagna social che abbia come KPI l’aumento dell’engagement della brand page di Facebook”, vero?

Ditemi la vostra!

 

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#smmdayit Appunti di una giornata nel social media marketing

smmdayit

Le magliette dell’evento

Giovedì 27 giugno sono stata a Milano ospite dell’evento Social Media Marketing Day, una giornata full immersion nel mondo del social media marketing.

Ho avuto la fortuna di partecipare attivamente come media partner insieme a SQcuola di Blog, quindi ho twittato, instagrammato ed anche intervistato le persone che partecipavano durante le pause di networking (trovate tutto cercando #smmdayit, hashtag ufficiale dell’evento).

I relatori erano tanti, come anche gli argomenti buttati sul tavolo della discussione: in 20 minuti ciascuno di loro doveva riuscire a presentare il suo intervento e poi rispondere alle domande della sala e di chi, magari da casa, postava la sua su Twitter usando #askSMMdayit.

Devo dire che l’occasione di chiedere ciò che più stava a cuore è stata sfruttata ampiamente, segno che la curiosità nell’argomento è alta e, probabilmente, anche la consapevolezza che, soprattutto per le nostre PMI, la strada da fare è ancora tanta in materia.

Ammetto che per via del live blogging selvaggio qualche passaggio me lo sono perso, ma ci sono alcune considerazioni che mi piacerebbe condividere con voi per vedere cosa ne pensate, direi che il tema è caldo e che, nel mondo dei social media, la condivisione delle conoscenze è la base di partenza per il vero progresso.

CROWDFUNDING: questo sconosciuto!! Ne avevo letto vagamente qualcosa, ma ammetto che prima di giovedì non avevo capito veramente di cosa si trattasse. Ce lo hanno presentato due interventi, quelli dell’ospite straniero David Drake e quello del nostrano Alberto Giusti. Il crowdfunding è un sistema in base al quale ci si serve di una piattaforma per raccogliere fondi (donazioni spontanee di comuni cittadini e non) per finanziare il proprio progetto.

Ad esempio: vi siete inventati un servizio o un prodotto innovativo, ma nessuna banca ve lo finanzia e i business angels sono tutti occupati in faccende più grosse? Cercate i fondi voi con i social media! Facile? Forse no, soprattutto in Italia dove non c’è ancora cultura, ma di sicuro non impossibile. I consigli degli esperti? Engagament e storytelling sono sicuramente due delle parole chiave da tatuarsi a fuoco nella mente: la gente non dà i soldi al vostro progetto, ma alla storia ed alle emozioni che sarete in grado di trasmettere loro. E questo vale sia per il crowdfunding che per qualsiasi altro tema visto durante la giornata: pensate forse che la vostra azienda non sia un progetto da comprare per i fan su Facebook? E se per andare a colloquio in una banca vi mettete il vestito buono, sui social network la vostra immagine dipende da quello che scrivete, postate e condividete (quindi attenzione a cliccare “pubblica” prima di chiedervi se sia il caso di farlo – Google non dimentica – ).

RESISTENZA AL CAMBIAMENTO: Andrea Albanese ha cominciato così il convegno, facendo una panoramica di cosa significa il social media marketing per le aziende. I social media non saranno la soluzione a tutti i nostri mali aziendali, ma sono sicuramente una risorsa dalla quale non si può più prescindere nel proprio marketing mix. Perchè? Perchè il mercato è sempre più online e le persone che comprano da voi hanno già una propria opinione che si sono fatti online. Sante parole, certo, ma avete mai pensato che quelle opinioni se le fanno sia che voi ci siate o meno sui social? Le aziende oggi devono imparare a comunicare con la propria comunità, in modo multidirezionale, sincero ed emozionante. Si chiede un grosso sforzo, ed è per questo che il social media marketing non può essere gestito alla meglio, magari dal nipote smanettone del titolare che a 16 anni, nel tempo libero, gestisce la vostra pagina fan. Lo mandereste a vendere ai vostri potenziali clienti? Probabilmente no, quindi perchè mettere in mano a lui l’immagine del vostro brand online?

User generated content, con l’avvento del 2.0 tutti siamo diventati produttori di contenuti e possiamo dire quello che vogliamo quando vogliamo. Per le aziende questa è un’opportunità senza pari, perchè le storie spontanee dei propri clienti possono essere integrate nel nostro piano di comunicazione e fare da base per le nostre campagne di marketing. La stessa opportunità può diventare il peggior incubo se non sappiamo gestire le crisi. Una delle maggiori resistenze all’adozione di una strategia social media da parte delle aziende è proprio questa: “ma se poi parlano male di me”? Tranquilli, lo faranno comunque, solo che ve lo faranno alle spalle. Quindi accettiamolo e cerchiamo di essere personaggi attivi nella gestione delle eventuali lamentele o critiche; saranno la base sulla quale impostare qualsiasi miglioramento futuro.

CONTENT IS KING, DISTRIBUTION IS KING KONG (Andrea Albanese): cosa significa? I contenuti sono la base per qualsiasi strategia di social media marketing. Torna prepotentemente il tema dello storytelling di marca, di cui ha parlato anche Nicola Palmarini, la marca deve essere emozione, racconto, backstage: per l’azienda è il momento di guardare a se stessa come ad un personaggio archetipico che aiuta i consumatori a raggiungere i loro obiettivi, a realizzare i loro sogni e bisogni. I mezzi che si possono (sarebbe meglio dire devono?) usare sono innanzitutto il corporate blog, video su Youtube, liveblogging durante gli eventi aziendali con Instagram e Twitter e tutto quello che trasmette i propri valori.

E’ tempo di fare il cambio degli armadi e, mi spiace dirlo, ma i vecchi slogan sono da mettere in cantina per sempre!

ROI&KPI (Andrea Albanese): questo argomento, lo ammetto, con me sfonda una porta aperta: sono letteralmente fissata con il monitoraggio (grazie a Dario Manuli di Bewe per aver risposto perfettamente alla mia domanda sui report per i clienti nel suo intervento sul monitoraggio) e con l’analisi dei risultati attraverso i dati e non a spanne di impressioni. La prima differenza tra media tradizionali e social media è proprio l’accuratezza ed immediatezza delle risposte degli utenti. Se faccio una campagna Facebook Ads non ce n’è per nessuno: se funziona o meno lo vedo subito, non come un paginone sul quotidiano locale!

Andrea Albanese ci è andato giù pesante, facendoci capire che noi social media marketer non possiamo essere improvvisati creatori di post, ma strateghi che sanno definire e perseguire obiettivi aziendali misurabili anche in termini economici (il ROI deve avere sempre il segno € davanti). Finalmente è chiara anche la differenza tra i due indicatori: ROI, appunto, sono risultati economici, mentre KPI sono gli indicatori di performance che decidiamo per i nostri obiettivi (per stabilire che la fanpage aziendale funziona il KPI potrebbe essere l’aumento progressivo del tasso di engagement ad esempio).

Di sicuro queste sono solo poche briciole di quello che è stato detto e trasmesso durante l’evento, ma sono forse quelle che hanno attirato la mia attenzione perchè era quello che volevo sentire. Quello che ne è emerso è sicuramente che c’è un grande cambiamento in atto, un cambiamento che è iniziato già da tempo e che ora è diventato urgente per le aziende italiane: i social media offrono grandi opportunità per la rigenerazione del proprio business, ma bisogna saperli usare: se abbiamo i contenuti ma non sappiamo come usare gli strumenti nel modo corretto, la strategia fallirà di sicuro.

I social media non si improvvisano, sono uno strumento serio quanto le brochure ed i cataloghi prodotto, sono una fonte preziosa di dati, di opinioni e di profilazione del proprio target, sono un fuoco attorno al quale decidiamo di far sedere il nostro pubblico per raccontare la storia del nostro brand e trasmetterne i valori. Le aziende devono far parte di questo cambiamento e lo devono fare in modo attivo e partecipativo: assumere una persona che lo faccia per poi perseverare nella vecchia gestione è come non fare nulla.

E se i social fossero una soluzione alla crisi proprio perchè ci fanno uscire dagli schemi artritici adottati per nascondere la testa nella sabbia della crisi?

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#SDBprogetto9 Ragionamenti notturni da listener

Il listening è una tecnica fondamentale del social media marketing, la fase dalla quale partire sempre prima di fare una consulenza o di proporre una strategia.

E’ la fase cosiddetta di ascolto, in cui dopo aver selezionato le parole chiave di interesse, si cercano le conversazioni degli utenti online, su forum, blog e social networks. Serve ad individuare le tematiche più calde, i luoghi in cui le persone ne parlano e anche con che linguaggio lo fanno, in modo da capire come porsi nei confronti del proprio pubblico una volta che si parte con la propria strategia.

Molto spesso, infatti, siamo così coinvolti personalmente nel nostro business da pensare con la nostra testa invece di cercare di capire come i nostri potenziali utenti lo percepiscono, lo cercano, lo chiedono.

Il listening è una prova di intelligente umiltà, ammettere che forse non sappiamo già tutto di quello di cui vogliamo parlare e che ci possono essere interessi diversi dal nostro su quella stessa tematica.

Un risvolto divertente di questa fase di ascolto è che si impara tantissimo, si scoprono cose che non si sapevano e si incontrano utenti divertenti, intelligenti, arguti, che poi si continuano a seguire nonostante tutto.

Non credete a quelli che vi propongo strategie preconfezionate, standard: una strategia social media deve partire da un’analisi fatta su di voi, sul vostro business, sul modo in cui, magari, vi state già muovendo online.

Per il master SQcuola di Blog stiamo seguendo in team un cliente che ci è stato affidato e, prima di proporre una strategia, abbiamo spulciato le conversazioni online sul brand, sui competitors, sul mercato di riferimento in genere, per poi spostarci ad analizzare attentamente i vari canali social del cliente: come scrive, quale linguaggio usa, come chiede e riceve interazione.

Partendo dalle best practices ormai note e, quasi, generalizzate, abbiamo spuntato uno ad uno i gradini delle checklist per vedere cosa va bene e cosa può essere migliorato.

E’ un lavoro lungo, attento, stancante, per questo vi dico attenti ai consulenti improvvisati, a quelli che vi danno le soluzioni certe a tutti i vostri dubbi: quello che daremo al nostro cliente è una serie di consigli tagliati su misura per lui, basati sugli obiettivi che ci ha detto essere i principali che vorrebbe raggiungere.

Una lista di indicazioni che non sono il Vangelo, che non sono la via sicura al successo, ma un modo più programmatico di usare i nuovi mezzi di comunicazione.

Nel social media marketing non c’è niente che funziona al 100%, perchè? Perchè parliamo di persone, parliamo con le persone e sono loro a decidere se quello che diciamo e il modo in cui lo diciamo gli interessa, in quel momento, su quel dispositivo che stanno utilizzando. E’ l’era del consumatore e questo vuol dire che dobbiamo avere pazienza e fiducia in quello che stiamo facendo, dobbiamo fare le cose fatte bene sempre, post dopo post, tweet dopo tweet: un buon personal branding è come Roma, non può essere costruito in un giorno.

 

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Seguire un project work #SDBprogetto9

Da febbraio sto seguendo un master in Social Media Marketing con SQcuola di Blog. E’ un master a distanza, quindi online, gratuito perchè sponsorizzato da aziende in cambio di un progetto strategico preparato ad hoc.

Dopo mesi di lezioni sui social network, la comunicazione aziendale, il web marketing persuasivo e tanti altri, noi blogger siamo stati affidati ad un vero project work e da oggi mi seguirete live nel viaggio che porta un social media manager a soddisfare le richieste del proprio cliente.

La fase uno è quella di organizzare il lavoro, vi potrà capitare di dover collaborare con persone che non sono fisicamente vicine a voi e, quindi, bisognerà adoperare al meglio gli strumenti che il web mette a disposizione: creare un gruppo chiuso su Facebook in cui confrontarsi su questioni che si presentano nel work in progress; condividere una cartella su Google Drive (oppure su Dropbox) in modo da potersi scambiare files senza doversi inondare di email (soluzione comoda anche quando bisogna aggiornare il cliente che così può accedere quando vuole al materiale che gli preparate); usare Skype per confrontarsi vis-a-vis (più o meno) e discutere strategie e dividersi i compiti.

In questo project work il cliente ha fornito un brief piuttosto dettagliato con la storia del brand, il percorso fatto finora e gli obiettivi primari del progetto, ma nella maggior parte dei casi questo non succede; la cosa fondamentale, quindi, è quella di capire quali sono gli obiettivi principali, perchè solo così potrete sviluppare il vostro piano di comunicazione. Chiedete al cliente quali sono i valori e le USP (unique selling propositions) del prodotto/brand di riferimento, quali gli obiettivi che vuole raggiungere attraverso i social media: ricordate che siete voi a doverlo guidare nella individuazione di traguardi concreti e misurabili!

#SDBprogetto9 (potete seguirlo anche su Twitter con questo hashtag) al momento è nella prima fase: individuazione e divisione dei compiti nel team, lettura e comprensione del brief del cliente.

La seconda fase sarà quella di listening, che è il primo, imprescindibile, passo per un piano strategico professionale e basato sui dati statistici e non sulle impressioni personali: non conta quello che pensiamo noi, ma quello che dice la gente. L’utente di riferimento può avere dubbi e difficoltà che noi non abbiamo, ma che devono essere risolti e soddisfatti da quello che proporremo al cliente.

La fase di ascolto è importante per comprendere il nostro pubblico di riferimento: cosa dicono? Dove ne parlano? In che termini e con quale linguaggio?

Nel prossimo post vedremo come si procede con un’analisi di listening e quali sono le richieste del cliente.

Pronti a partire?!

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