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#sdbawards Follow Up: Il lavoro di social media manager

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Master online Social Media Marketing

L’SDBaward, l’evento organizzato da SQcuola di Blog a Parma in questo weekend del 19-21 aprile, si è appena concluso, ma cominciano già le riflessioni dovute ai numerosi spunti che sono arrivati dai docenti, dagli alunni e dalle aziende che, adottando un blogger, si sono aggiudicate un piano strategico di social media marketing tagliato su misura per loro.

Il tema attorno al quale si è sviluppato l’evento è quello del lavoro di social media manager e della regolamentazione e definizione di una professionalità in pieno divenire.

Se, da un lato, sembra che sia tutto nuovo in questo mondo, quello che è emerso,  in realtà, è che un social media manager non può prescindere dal conoscere le dinamiche del marketing tradizionale e, soprattutto, di quelle proprie della gestione aziendale.

Capita, infatti, che la visuale con cui chi lavora nel mondo del 2.0 (e 3.0 ormai) sia troppo concentrata sulle dinamiche dei social network, e finisca per non osservare con attenzione il quadro completo della realtà aziendale per il quale sta lavorando: gli obiettivi che un’azienda ha sono sempre e comunque legati alle vendite, che queste arrivino da un blog, da una migliore brand awarness o da contest lanciati su Facebook non importa, quello che conta è il guadagno. Giustamente. Eppure spesso noi neofiti del marketing online siamo, forse, troppo autoreferenziali, troppo concentrati ed entusiasti della realtà online nella quale sguazziamo, per accorgerci che il nostro interlocutore non sta capendo dove lo vogliamo portare.

La morale è che se la casalinga di Voghera capisce il vostro piano strategico, allora quasi sicuramente anche il management aziendale lo apprezzerà e finirà per firmare il vostro preventivo.

Siamo ancora delle figure indistinte nel panorama professionale, anche se qualcosa si sta muovendo per darci delle definizioni chiare, la maggior parte delle persone con cui parliamo quotidianamente pensano che il nostro non sia un vero e proprio lavoro. Ma la loro non è ignoranza o cattiveria, è che il 90% di loro è su Facebook per spiare gli amici (e i nemici).

Se, poi, cominciate ad elencare quello che effettivamente fate, dopo qualche minuto si sono già distratti e sono sul loro newsfeed a vedere cosa succede.

La realtà è che sta a noi: dobbiamo essere quella generazione che crea consapevolezza, che subisce le insoddisfazioni e le frustrazioni per quelli che verranno dopo di noi. Dobbiamo scendere dal piedistallo, parlare come mangiamo e pensare in “aziendalese”: gli obiettivi del cliente vengono prima del nostro entusiasmo e della nostra voglia di fare, fare e ancora fare.

Il mercato in questo momento ci dà la possibilità di provare e sbagliare, di aprire porte che danno su direzioni nuove e sconosciute.

Apriamo la casta, facciamoci conoscere, come piace a noi #facendolo.

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#SDBprogetto9 Ragionamenti notturni da listener

Il listening è una tecnica fondamentale del social media marketing, la fase dalla quale partire sempre prima di fare una consulenza o di proporre una strategia.

E’ la fase cosiddetta di ascolto, in cui dopo aver selezionato le parole chiave di interesse, si cercano le conversazioni degli utenti online, su forum, blog e social networks. Serve ad individuare le tematiche più calde, i luoghi in cui le persone ne parlano e anche con che linguaggio lo fanno, in modo da capire come porsi nei confronti del proprio pubblico una volta che si parte con la propria strategia.

Molto spesso, infatti, siamo così coinvolti personalmente nel nostro business da pensare con la nostra testa invece di cercare di capire come i nostri potenziali utenti lo percepiscono, lo cercano, lo chiedono.

Il listening è una prova di intelligente umiltà, ammettere che forse non sappiamo già tutto di quello di cui vogliamo parlare e che ci possono essere interessi diversi dal nostro su quella stessa tematica.

Un risvolto divertente di questa fase di ascolto è che si impara tantissimo, si scoprono cose che non si sapevano e si incontrano utenti divertenti, intelligenti, arguti, che poi si continuano a seguire nonostante tutto.

Non credete a quelli che vi propongo strategie preconfezionate, standard: una strategia social media deve partire da un’analisi fatta su di voi, sul vostro business, sul modo in cui, magari, vi state già muovendo online.

Per il master SQcuola di Blog stiamo seguendo in team un cliente che ci è stato affidato e, prima di proporre una strategia, abbiamo spulciato le conversazioni online sul brand, sui competitors, sul mercato di riferimento in genere, per poi spostarci ad analizzare attentamente i vari canali social del cliente: come scrive, quale linguaggio usa, come chiede e riceve interazione.

Partendo dalle best practices ormai note e, quasi, generalizzate, abbiamo spuntato uno ad uno i gradini delle checklist per vedere cosa va bene e cosa può essere migliorato.

E’ un lavoro lungo, attento, stancante, per questo vi dico attenti ai consulenti improvvisati, a quelli che vi danno le soluzioni certe a tutti i vostri dubbi: quello che daremo al nostro cliente è una serie di consigli tagliati su misura per lui, basati sugli obiettivi che ci ha detto essere i principali che vorrebbe raggiungere.

Una lista di indicazioni che non sono il Vangelo, che non sono la via sicura al successo, ma un modo più programmatico di usare i nuovi mezzi di comunicazione.

Nel social media marketing non c’è niente che funziona al 100%, perchè? Perchè parliamo di persone, parliamo con le persone e sono loro a decidere se quello che diciamo e il modo in cui lo diciamo gli interessa, in quel momento, su quel dispositivo che stanno utilizzando. E’ l’era del consumatore e questo vuol dire che dobbiamo avere pazienza e fiducia in quello che stiamo facendo, dobbiamo fare le cose fatte bene sempre, post dopo post, tweet dopo tweet: un buon personal branding è come Roma, non può essere costruito in un giorno.

 

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Seguire un project work #SDBprogetto9

Da febbraio sto seguendo un master in Social Media Marketing con SQcuola di Blog. E’ un master a distanza, quindi online, gratuito perchè sponsorizzato da aziende in cambio di un progetto strategico preparato ad hoc.

Dopo mesi di lezioni sui social network, la comunicazione aziendale, il web marketing persuasivo e tanti altri, noi blogger siamo stati affidati ad un vero project work e da oggi mi seguirete live nel viaggio che porta un social media manager a soddisfare le richieste del proprio cliente.

La fase uno è quella di organizzare il lavoro, vi potrà capitare di dover collaborare con persone che non sono fisicamente vicine a voi e, quindi, bisognerà adoperare al meglio gli strumenti che il web mette a disposizione: creare un gruppo chiuso su Facebook in cui confrontarsi su questioni che si presentano nel work in progress; condividere una cartella su Google Drive (oppure su Dropbox) in modo da potersi scambiare files senza doversi inondare di email (soluzione comoda anche quando bisogna aggiornare il cliente che così può accedere quando vuole al materiale che gli preparate); usare Skype per confrontarsi vis-a-vis (più o meno) e discutere strategie e dividersi i compiti.

In questo project work il cliente ha fornito un brief piuttosto dettagliato con la storia del brand, il percorso fatto finora e gli obiettivi primari del progetto, ma nella maggior parte dei casi questo non succede; la cosa fondamentale, quindi, è quella di capire quali sono gli obiettivi principali, perchè solo così potrete sviluppare il vostro piano di comunicazione. Chiedete al cliente quali sono i valori e le USP (unique selling propositions) del prodotto/brand di riferimento, quali gli obiettivi che vuole raggiungere attraverso i social media: ricordate che siete voi a doverlo guidare nella individuazione di traguardi concreti e misurabili!

#SDBprogetto9 (potete seguirlo anche su Twitter con questo hashtag) al momento è nella prima fase: individuazione e divisione dei compiti nel team, lettura e comprensione del brief del cliente.

La seconda fase sarà quella di listening, che è il primo, imprescindibile, passo per un piano strategico professionale e basato sui dati statistici e non sulle impressioni personali: non conta quello che pensiamo noi, ma quello che dice la gente. L’utente di riferimento può avere dubbi e difficoltà che noi non abbiamo, ma che devono essere risolti e soddisfatti da quello che proporremo al cliente.

La fase di ascolto è importante per comprendere il nostro pubblico di riferimento: cosa dicono? Dove ne parlano? In che termini e con quale linguaggio?

Nel prossimo post vedremo come si procede con un’analisi di listening e quali sono le richieste del cliente.

Pronti a partire?!

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