Cosa porto sotto l’ombrellone? Il social media marketing

social media fuffa

Social media da ombrellone

Social media fuffa? Le discussioni si scatenano nei luoghi segreti dei cosiddetti “social media strategist”

Quest’anno, oltre alla It-Bag da ombrellone, abbiamo anche l’It-Argomento ed è proprio il social media marketing. Cosa vuol dire? Che è peggio del sesso: tutti ne parlano ma ben pochi ne fanno (abbastanza).

Da una che ne studia, ne legge e ne pratica parecchio, ho come l’impressione che tutti ne sappiano moltissimo e che si prodighino in post e manuali infarciti di belle parole e formulette magiche, ma poi di sostanza ne resti poca. Cosa intendo per sostanza? Parliamo di come si fa a fare invece di saperne semplicemente; parliamo delle piccole e medie aziende che non hanno i budget di Coca Cola per una campagna di digital marketing, parliamo di come non si può applicare la teoria indiscriminatamente per tutti.

L’impressione è quella del boom dei siti web nel 2000: tutti siti (in flash) bellissimi, figherrimi, che ci facevano sentire delle grandi corporate…ma che non erano coerenti con la comunicazione nè con l’identità aziendale. Tutti siti che ora i clienti ci chiedono di rivedere, perchè nella nuova era dei social media, tutto deve portare ritorno di investimento (il famoso ROI), quello che io chiamo SERVIRE A QUALCOSA (apparire purtroppo non vale come indicatore).

Trovo online decine di post con gli stessi contenuti, link che passano da un blog all’altro quasi inalterati, conosco la content curation, so che bisogna approfittare dei trend topic, ma davvero noi piccoli social media strategist non abbiamo nulla di nostro da raccontare? Certo, non siamo ai livelli di Mashable o Hubspot, ma sono sicura che, come me, anche voi quando vedete qualche bella best practice pensate a come applicarla al negozio che state seguendo sui social e per il quale lotatte come coraggiosi Lancillotto contro il defollow di quella manciata di fan che avete conquistato con fatica e sudore.

Forse se cominciassimo a postare di best practice italiane, di piccole realtà refrattarie ai social media e a tutto ciò che riguarda la comunicazione online, ne trarremmo tutti enorme giovamento. Perchè alla fine, diciamocelo chiaro: vi capita più spesso il cliente che chiama G+ “GooglePlatz” piuttosto che quello che vi chiede “una campagna social che abbia come KPI l’aumento dell’engagement della brand page di Facebook”, vero?

Ditemi la vostra!

 

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